Mar. Lug 28th, 2026

A fine 2024, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che ha scosso il settore delle webcam per adulti. Non era il primo documento a parlare di sfruttamento. Ma era il più dettagliato.

Si intitolava “I Learned How to Say No“. Dentro c’erano storie raccolte in Colombia. Storie di persone che lavorano negli studi di webcam, quelli che producono contenuti per piattaforme come BongaCams. Il titolo già dice molto.

Chi si occupa di webcam interaction da anni lo sa bene. Dietro lo schermo non c’è solo la performer. C’è una filiera. Affitti, percentuali, contratti firmati in fretta. E spesso, secondo il rapporto, abusi veri e propri.

Sì, abusi.

Non è una novità, ma fa ancora effetto vederlo confermato da un’organizzazione come HRW. Le lavoratrici raccontano di turni estenuanti, clausole capestro, pressioni psicologiche per fare cose che non volevano fare. In alcuni casi, violenza sessuale.

Il rapporto cita il contratto standard che BongaCams propone alle performer. Un documento che parla di dashboard, statistiche, metriche finanziarie. Roba da marketing. Ma le testimonianze raccolte raccontano un’altra realtà. Una realtà dove i numeri non tornano quasi mai a favore di chi sta davanti alla camera.

Come funziona davvero uno studio di webcam

Uno studio di webcam non è un ufficio qualunque. È un luogo dove le performer affittano una postazione, usano attrezzatura professionale, ricevono una regia. In cambio cedono una percentuale dei guadagni. Dal 50% in su, a volte.

Il modello è semplice: lo studio trattiene una fetta. La piattaforma ne trattiene un’altra. Alla performer arriva quello che resta. Se va bene, un 30%. Se va male, molto meno.

E non è solo questione di soldi.

Molte ragazze, racconta il rapporto HRW, venivano spinte a fare anal in streaming anche se non volevano. Altre venivano obbligate a turni di 12 ore. Alcune non potevano rifiutare clienti. “Ho imparato a dire di no”, ha detto una di loro. L’ha imparato dopo mesi. Non lo sapeva prima.

Il consent culture, in quei contesti, semplicemente non esiste. Non è previsto. Non è contemplato. E quando manca il consenso, il resto diventa sfruttamento. Puro e semplice.

Chi pensa che il mondo delle webcam sia tutto rose e fiori, evidentemente non ha mai messo piede in uno studio colombiano alle tre di notte. O forse sì, e ha scelto di guardare dall’altra parte.

Perché la Colombia è diventata un hub

Negli ultimi dieci anni, la Colombia è esplosa come centro di produzione per cam site. Costi bassi, fuso orario compatibile con gli Stati Uniti, una popolazione giovane e connessa. Le piattaforme hanno investito. Gli studi si sono moltiplicati. Il business è cresciuto.

Ma la regolamentazione è rimasta indietro.

In Colombia esistono leggi sul lavoro, certo. Esistono codici, tutele, ispettorati. Ma il settore delle webcam è in una zona grigia. Le performer vengono spesso trattate come collaboratrici autonome. Non come dipendenti. Quindi niente ferie, niente malattia, niente sindacato.

E quando qualcuna si lamenta, la risposta è quasi sempre la stessa: “Se non ti va bene, c’è la porta”. In un paese dove il salario minimo è di circa 250 dollari al mese, quella porta non la prendi. La subisci.

Non è un caso che proprio dalla Colombia arrivino le denunce più dure. Il mix tra povertà, mancanza di alternative e assenza di controlli crea le condizioni perfette per l’abuso. Lo sappiamo bene, noi che seguiamo le digital intimacy da vicino.

Le piattaforme si difendono

BongaCams, interpellata da HRW, ha risposto citando il Performer Agreement. Ha parlato di dashboard personali, dati trasparenti, statistiche, metriche. Ha detto che ogni performer registrata ha accesso a informazioni chiare sui propri guadagni. Punto.

Non una parola sulle condizioni di lavoro. Non un accenno alle denunce. Solo il contratto. Come se bastasse.

È una strategia che abbiamo visto mille volte. La piattaforma si presenta come un intermediario neutrale. Fornisce la tecnologia, il resto è affare tra performer e studio. Ma è una distinzione comoda. Troppo comoda.

Perché senza le piattaforme, gli studi non esisterebbero. E senza gli studi, le piattaforme non avrebbero contenuti. Il legame è stretto. Negarlo è ipocrita.

Altre piattaforme, nel corso degli anni, hanno fatto mosse simili. Dichiarazioni di principio, codici etici, linee guida per la sicurezza. Ma il rapporto HRW dimostra che, almeno in Colombia, quei codici non valgono la carta su cui sono stampati.

Cosa significa per chi guarda

Ci si chiede spesso: ma io, che sto dall’altra parte dello schermo, cosa posso fare? La risposta è più semplice di quanto sembri. Informarsi. Scegliere. Non far finta di niente.

Se sai che una piattaforma tollera abusi, puoi decidere di non usarla. Se una performer racconta pubblicamente la sua storia, puoi ascoltarla. Non è moralismo, è etica del consumo. Anche il porno, anche le webcam, sono prodotti. E ogni prodotto ha una filiera.

Non esistono soluzioni facili.

Ma esiste la responsabilità. Di chi produce, di chi distribuisce, di chi consuma. Il rapporto HRW ce lo ricorda con la forza di 70 pagine di testimonianze. Sta a noi decidere se voltarci dall’altra parte o cominciare a fare domande.

Perché dire “non lo sapevo” non funziona più. Adesso lo sappiamo.

Fonti e riferimenti

Fonti:

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