Mar. Lug 14th, 2026

Ogni anno GLAAD pubblica il rapporto Where We Are on TV, e ogni anno si spera in un passo avanti. Il 2026 ha portato un dato che fa male: il 41% dei personaggi LGBTQ+ televisivi non tornerà nella prossima stagione. Non è un taglio generico, è una falcidia selettiva che colpisce proprio chi aveva appena iniziato a esistere sullo schermo.

Significa che una serie su dieci elimina il suo unico personaggio queer. Significa che chi si era affezionato a quella storia, a quel volto, si ritrova con un vuoto narrativo. Lo sappiamo bene: la rappresentazione non è solo specchio, è anche nutrimento. Quando scompare, lascia una fame difficile da spiegare.

Chi c’è, chi resta, chi sparisce

I numeri del rapporto GLAAD 2025-2026 raccontano una fotografia precisa. I gay cisgender sono il gruppo più rappresentato, con 193 personaggi, pari al 39% del totale. Seguono le lesbiche a 132 (27%), poi i personaggi bisessuali a 98 (20%). I personaggi queer-identificati toccano quota 32 (7%), mentre gli asessuali restano una presenza simbolica: due soli personaggi, lo 0,4%.

Forse è questo il dato che fa più riflettere. L’asessualità esiste, è una realtà di milioni di persone, ma in TV è quasi invisibile. Chi si riconosce in quell’orientamento sessuale deve accontentarsi di qualche battuta, di un personaggio secondario che difficilmente sopravvive al primo rinnovo. Non è poi così strano che molti si sentano esclusi anche dal discorso pubblico.

La composizione etnica dei personaggi LGBTQ+ è un altro tasto dolente. Su 491 personaggi contati, 221 sono bianchi, il 45%. I personaggi neri sono 85 (17%), gli asiatici e isolani del Pacifico 58 (12%), i latini 53 (11%). I numeri migliorano rispetto a dieci anni fa, ma siamo ancora lontani da una fotografia realistica della comunità.

Il diritto di esistere anche in tribunale

Mentre la TV fa passi indietro, la giurisprudenza prova ad avanzare. A maggio 2026, la Corte Suprema del Popolo ha emesso una sentenza che riguarda da vicino ogni persona LGBTQ+. In risposta a una petizione popolare, ha stabilito che le corti locali devono giudicare i casi di discriminazione basata su orientamento sessuale, identità di genere o espressione di genere considerando la tutela della dignità personale.

La sentenza è chiara su un punto: gli insulti legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere sono considerati illegali. La Corte ha anche ribadito che l’omosessualità non è una malattia. Sembra ovvio, eppure in molti Paesi è ancora necessario dirlo per legge. La discriminazione sul lavoro resta vietata, ma il confine tra dichiarazione di principio e applicazione concreta è ancora molto labile.

Chi si occupa di diritti civili da anni lo sa bene: una sentenza non cambia la cultura da sola. Serve che i media raccontino quelle vite, quelle storie, quelle battaglie. Serve che la rappresentazione non sia un lusso per pochi.

Il paradosso della visibilità

Il contrasto è forte. Da un lato, le istituzioni giuridiche riconoscono dignità e diritti. Dall’altro, l’industria televisiva taglia proprio quelle storie che danno volto a quei diritti. Il 41% di personaggi non riconfermati non è un dato tecnico: è un messaggio. Dice che la comunità LGBTQ+ è ancora considerata un rischio, un investimento da ridurre quando i budget si stringono.

Non è una novità, ma fa ancora effetto vederlo confermato dai numeri. Ogni personaggio cancellato è una possibilità di identificazione in meno per chi guarda. Per un ragazzo gay in una piccola città, per una ragazza bisessuale che non ha ancora fatto coming out, per una persona asessuale che cerca un riflesso della propria esistenza.

La televisione non è solo intrattenimento. È lo specchio in cui ci guardiamo per capire chi siamo e chi possiamo diventare. Quando quello specchio si frantuma, i frammenti tagliano tutti.

Sicurezza e assenso nella narrazione

C’è un aspetto della rappresentazione che viene spesso trascurato: la qualità del racconto. Avere un personaggio LGBTQ+ non basta, se la sua storia è fatta di sofferenza, cliché o morte prematura. Serve che quelle storie siano scritte con consapevolezza, con rispetto, con il giusto equilibrio tra realismo e speranza.

Il consenso, in questo contesto, non riguarda solo le scene sessuali. Riguarda il diritto della comunità a vedere rappresentate le proprie esperienze senza distorsioni. Ogni volta che un personaggio queer viene eliminato senza una ragione narrativa, si manda un messaggio: la tua vita è meno importante delle altre. È una forma di violenza simbolica, e fa male quanto una discriminazione concreta.

Per questo il rapporto GLAAD è così importante. Non è solo un censimento, è uno strumento politico. Dice all’industria: guardate cosa state facendo. E dice alla comunità: non siete soli, qualcuno tiene il conto.

Fonti e riferimenti

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